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Riflessioni

Riflessioni (7)

Giovanni Maria Rossi

  • Venerdì, 07 Febbraio 2014 21:12
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Quasi al limite di data, ricordiamo il decimo anniversario della morte di p. Giovanni Maria Rossi, dell’ordine dei Camilliani, compositore o organista, figura di primo piano nel rinnovamento della musica liturgica dopo il Vaticano II, e grande amico dell’IDML (la foto lo ritrae in un lezione tenuta appunto nel nostro Istituto alla fine degli anni ’90).

Negli ultimi anni della sua vita era stato a Bologna, a S. Michele in Bosco, presso la comunità dei Camilliani che assicurano la cappellania ospedaliera degli Istituti Ortopedici Rizzoli: lì è morto il 7 febbraio 2004.

Cliccando sull’immagine qui sotto, potete scaricare la riproduzione di una articolo apparso su "Bologna Sette" domenica 2 febbraio 2014, e che ricorda la figura, così ricca e bella, vivace e “travolgente” sul piano umano e cristiano, e di grande competenza liturgica e musicale.

 

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Sax e liturgia: binomio possibile?

  • Martedì, 10 Settembre 2013 00:32
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Dunque, il sax potrebbe diventare il prossimo strumento inserito nell’elenco ormai piuttosto nutrito delle possibilità di studio offerte dall’Istituto diocesano di musica e liturgia? All’inizio dell’anno scolastico 2013-14 arrivano alcune richieste in questo senso, e ci stiamo pensando…

Ma avete qualche dubbio circa la possibilità che uno strumento come il sax possa trovarsi a suo agio nella musica liturgica? Non siete convinti? Allora è il caso che ascoltiate un esempio come questo:

(se il player non parte, cliccate qui)

Certo, questo è uno dei migliori complessi vocali al mondo, l’Hilliard Ensemble, in compagnia di un grandissimo saxofonista, Jan Garbarek: e quello che eseguono è un Alleluia pasquale di un anonimo compositore inglese del XIII secolo (dall’album Mnemosyne, ECM 1999): siamo a livelli eccelsi. Eppure, si può cominciare, e se non si arriva proprio a questo livello, però ci si può impegnare…

Un papa batterista?

  • Sabato, 06 Luglio 2013 18:05
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Dal sito della Radio Vaticana, 6 luglio 2013 (cf. questo link)

Papa Francesco ha ricevuto stamani, in Vaticano, il presidente della Repubblica di Trinidad e Tobago, Anthony Thomas Aquinas Carmona. Durante il colloquio, informa una nota della Sala Stampa vaticana, ci si è soffermati sul “contributo che la Chiesa cattolica offre alla popolazione, specie nei settori dell’educazione, della salute e dell’assistenza ai più bisognosi e vulnerabili”. E’ stato inoltre formulato “l’auspicio di una proficua collaborazione, sia nella vicinanza ai giovani che nella lotta contro la criminalità e la violenza”. Infine, conclude la nota, “sono stati toccati alcuni temi di grande rilevanza, quali la formazione integrale della persona e la tutela della famiglia".
Un momento di particolare allegria ha caratterizzato l'incontro: tra i regali portati dal presidente al Pontefice c'era anche una batteria di percussioni in metallo, tipiche delle isole caraibiche. "Voglio che lei diventi bravo a suonarle", ha scherzato Carmona, e Papa Francesco ha preso le bacchette e ha cominciato a suonare i tamburi.

Quella Pasqua senza corpo

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Trovo, sul sito Vinonuovo.it, una riflessione a partire dal vissuto della recente Veglia Pasquale che mi sembra meriti di essere condivisa. Si intitola Quella Pasqua senza corpo e la potete leggere a questo link.

 

Papa Francesco e la musica

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Richiesto da un giornalista di spiegare perché papa Francesco non canta, il portavoce della Sala Stampa p. Federico Lombardi ha risposto: “Perché il Papa non canta? Credo che abbia una certa afonia” (cf. qui).

Non me ne voglia p. Lombardi – al quale mi lega una grande stima e l’antica condivisione del servizio pastorale alla parrocchia “S. Gregorio Magno” alla Magliana, inclusi i viaggi in bicicletta per arrivare dal centro di Roma alla parrocchia – ma la questione è più semplice: “… sono stonatissimo”, diceva l’allora card. Bergoglio, intervistato da S. Rubin e F. Ambrogetti: l’intervista (o meglio un libro-intervista), uscita nel 2010 col titolo El Jesuita, è ora pubblicata in italiano (cf. J.M. Bergoglio, Papa Francesco. Il nuovo papa si racconta. Conversazione con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, Salani, Milano 2013), e questa semplice affermazione si legge a p. 118.

Ma, per quanto stonato (per sua stessa affermazione, quindi), papa Francesco ama la musica, come già il suo predecessore Benedetto XVI; forse con gusti almeno in parte diversi. Trascrivo qui alcune righe del libro-intervista (p. 116):

Una composizione musicale?

Tra quelle che preferisco, sicuramente  l’ouverture Leonore numero 3 di Beethoven nella versione di Furtwängler, che secondo me è il miglior direttore di alcune delle sue sinfonie e delle opere di Wagner.

Le piace il tango?

Oh, sì, moltissimo. È una cosa che mi nasce da dentro. Conosco abbastanza bene entrambe le sue epoche. Della prima, i miei preferiti sono l’orchestra di D’Arienzo e, come cantanti, Carlos Gardel, Julio Sosa e Ada Falcón, che poi si fece suora. Ad Azucena Maizani ho addirittura amministrato l’estrema unzione. La conoscevo perché eravamo vicini di casa, e quando sono venuto a sapere che era ricoverata sono andato a trovarla. Ricordo che c’erano anche Virginia Luque e Hugo del Carril. Della secondo epoca, ammiro molto Astor Piazzolla e Amelia Baltar, la cantante che interpreta meglio le sue opere.

E lo sa anche ballare?

Sì, lo ballavo da giovane, anche se preferivo la milonga.

 

Bergoglio e la Misa Criolla.

Il 25 settembre 2003, a Sen Nicolas de Los Arroyos, Bergoglio partecipò all’esecuzione della Misa Criolla di A. Ramirez realizzata nel 40° della composizione della Misa stessa, e intervenne con alcune parole, così ricordate dal cantante argentino Maximilianos Bagnos:  “Esordì ricordando i grandi canti sacri che nacquero molti secoli fa: il gregoriano, la polifonia… e sottolineò come ogni popolo, per celebrare la Messa, diede il meglio di sé creando vere e proprie opere d'arte in musica. Poi parlò della Misa Criolla: la definì canto di Dio che nasce dalla nostra cultura, capolavoro con generi e ritmi musicali propri del nostro paese. Il cantante argentino se lo ricorda bene, il finale di quell'intervento: ‘L'arcivescovo si augurò che l'ascolto di quelle note potesse avvicinarci di più al Signore. Ma non solo. Anche ai nostri fratelli. E non in un momento qualsiasi: durante la celebrazione eucaristica. Il contesto nel quale quel canto trova il suo naturale spazio’” (cf. qui)

Musiche a Gerusalemme

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L’intreccio fra musica, religioni, fede è sempre stato molto complesso: tanto più complesso in un luogo simbolo dell’incontro tra le fedi, qual è Gerusalemme. Che cosa significa fare musica – sacra o no, sempre che la distinzione abbia un senso, soprattutto in un luogo così – a Gerusalemme, oggi? Alla domanda offre una prima risposta la trasmissione File urbani, che Radio3Rai dedica alla musica nelle città del mondo; Gerusalemme è al centro delle puntate mandate in onda il 26 e 27 gennaio 2013, nelle quali il mondo sonoro della Gerusalemme di oggi, che affonda le sue radici nei millenni della storia ebraica, cristiana (nelle sue varie confessioni) e musulmana, viene esplorato e raccontato. Le trasmissioni si possono ancora ascoltare sul sito web di Radio3Rai, oppure le trovate a questi link del sito web di DialogaRe (1ª puntata - 2ª puntata).

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L’11 ottobre 2012 ricorre il 50° anniversario della solenne apertura del Concilio Vaticano II. L’evento del concilio, che ha segnato in modo indelebile la vita della Chiesa, è stato di grande rilievo, tra le molte altre cose, per la riforma liturgica: ci sarà modo di tornare ancora su questo. Cosa può significare per l’IDML avviare il nuovo anno con la coincidenza di questa data? Ne ha parlato sul settimanale diocesano La Libertà del 22 settembre 2012 don Daniele Gianotti, nell’articolo che riportiamo qui di seguito.

 

Tra la folla che riempiva la Basilica vaticana, quell’11 ottobre di cinquant’anni fa, il giorno dell’apertura del concilio Vaticano II, c’era anche Yves Congar: domenicano, teologo stimato, anche se “sospetto” negli ambienti romani, aveva partecipato come consultore della Commissione teologica alla preparazione dei documenti conciliari, ed era uno dei periti, ossia “esperti”, del concilio che stava incominciando, e al quale avrebbe dato un contributo determinante – riconosciuto poi, insieme con l’impegno teologico ed ecclesiale di tutta una vita, con il titolo cardinalizio, che Giovanni Paolo II gli avrebbe conferito nel 1994, pochi mesi prima della morte sopravvenuta l’anno dopo.

Nel suo Diario del concilio, fonte preziosissima per la conoscenza delle vicende del concilio (pubblicato in italiano dalle ed. S. Paolo nel 2005), Congar ha annotato diverse cose riguardanti la liturgia di apertura del concilio, e in particolare la dimensione “musicale” di questa liturgia. Non sono giudizi benevoli: «… Canto del Veni Creator, alternato con la Sistina, che è un vero complesso operistico. Delenda. [“Da sopprimere”] Il papa canta con voce ferma i versetti e le orazioni. Inizia la Messa, cantata esclusivamente dalla Sistina: qualche brano di gregoriano (?) e altri polifonici. Il movimento liturgico non è arrivato nella Curia romana. Questa immensa assemblea non dice niente, non canta niente…».

Congar non resistette fino alla fine, e non ascoltò neppure la celebre allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, con la quale Giovanni XXIII aprì i lavori conciliari. Rientrato nella sua stanza all’Angelicum, l’università romana dei domenicani dove alloggiava, annotò ancora: «Sfortunatamente ho visto troppo poco della mirabile seduta del senato dei vescovi. Li ho visti solo per quei cinque o dieci minuti durante i quali ho potuto stare nel vano della porta che si apriva verso il fondo e la parte superiore della gradinata dei vescovi. Tutta la Chiesa era là, personificata nei suoi pastori. Mi spiace, però, che si sia voluto uno stile di celebrazione così estraneo alla verità delle cose. Cosa sarebbe stato se quelle 2500 voci avessero potuto cantare assieme almeno il Credo, meglio l’intera Messa, al posto degli eleganti gorgheggi di quei professionisti stipendiati?».

Sarà lo stesso concilio a rendere possibile, poco alla volta, un cambiamento nel modo di celebrare, anche con il canto e la musica, attraverso il forte impulso dato alla riforma liturgica. Di questa, anche a proposito della musica, si è detto e scritto molto, con i giudizi più diversi e discordanti. E i limiti ci sono stati e ci sono, senza dubbio: se ne può discutere fin che si vuole, possiamo anche passare il tempo a lamentarci  – sebbene io personalmente  sia tra quanti guardano soprattutto alle molte cose di cui essere contenti. In ogni caso, alcune righe di Congar, sempre nelle sue note di diario dell’11 ottobre 1962, invitano a fare qualcosa d’altro. Scrive Congar: «Ritorno da quella cerimonia con l’immensamente accresciuto desiderio: 1) di essere evangelico, homo plene evangelicus; 2) di lavorare, perché questo è efficace, questo rimane, questo preparerà, per il Concilio ormai vicino, uno stato di cose per cui quanto oggi ancora manca verrà da sé».

Congar si sarebbe speso davvero tanto, nei lavori per il concilio, mettendo in gioco anche la sua salute piuttosto fragile. E questo è l’augurio che vorrei fare per il nuovo anno pastorale a tutti coloro che intendono adoperarsi per la vita liturgica delle nostre comunità cristiane, e per il nuovo anno scolastico dell’Istituto diocesano di musica e liturgia: di non perdere tempo a lamentarsi o a recriminare, e invece di lavorare evangelicamente, con impegno e gioia, per preparare ciò che ancora manca alla piena vita liturgica (e cristiana) della nostre comunità.